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Questi articoli sono tratti dal sito www.archiviostoricocrotone.it/

Segnalati da Roberto Lupia

 

Il castello di Belcastro

di Pino RENDE
(pubblicato su La Provincia KR nr. 24/2003)

L’età dei castelli
Simbolo del potere signorile, e segnale dell’avvento di una nuova organizzazione urbana che si concretizza, prevalentemente, attraverso l’arroccamento nelle aeree dell’interno (“Incastellamento”), agli inizi del sec. X, il castellum (1) costituisce la forma d’insediamento che caratterizza i nuovi centri abitati del Crotonese (2). Esso ci appare come un complesso fortificato, edificato alla sommità di una posizione vantaggiosa, in difesa della chiesa e degli uomini raccolti attorno ad essa, dove spicca la residenza signorile identificata dalla presenza di una torre. Dopo la formazione della terra, la città che accoglie i coloni accorsi a coltivare il territorio, e l’erezione del castrum, la fortificazione che li difende, il castello appare distinto dalle mura di quest’ultimo, in una chiara posizione eminente ai margini dell’abitato, a controllo della città e delle sue vie d’accesso. Risalta dunque, come il castello non costituisca mai un complemento alle difese della città, ma una presenza che, in maniera più o meno marcata, gli si dimostra sempre contrapposta (3). Accanto a questa loro nuova funzione urbana, comunque, i castella continueranno a svolgere il compito che già assolvevano durante l’età romana, vigilando sui principali punti d’attraversamento del territorio (4) e mantenendo la loro caratteristica struttura. Si trattava di torri a base quadrata impostate su tre livelli, di cui l’ultimo costituito da un terrazzo protetto da una merlatura. Al piano terra vi era un ambiente inaccessibile dall’esterno, destinato ad ospitare cisterna e magazzini, dal cui interno si poteva accedere alla porzione abitabile o sala della torre, posta superiormente. Qui si apriva l’accesso esterno che, attraverso una postierla, inserita nelle difese poste a munire la base della torre, consentiva di raggiungere la corte, dove erano gli ambienti di servizio: cappella, abitazioni ed i ricoveri per gli animali. Questo complesso era difeso da una palizzata e da un fosso, che munivano il perimetro esterno sfruttando l’assetto naturale del luogo.

Kallipóleos nuova sede vescovile
Posta nell’interno ed insignita del titolo vescovile, Kallipóleos – Callipolitanus compare tra la fine del sec. IX e gli inizi del X (5), in seguito all’abbandono del tratto Tacina - Squillace dell’antica via costiera d’età romana, lungo la nuova strada che, passando per “Terminum Grossum”, attraverso l’interno, giungeva fino al Tirreno (6). In particolare, essa controllava il punto in cui convergevano i principali assi stradali che collegavano questo nuovo percorso con le principali direttrici d’attraversamento del Crotonese, ed in ciò risiedeva la sua importanza che perdurerà per tutto il medioevo. In questa fase l’abitato era costituito da un forte castello posto a controllo della via, dove, con il tempo, si andrà sempre maggiormente evidenziando un altro elemento caratteristico dello scenario medievale: la cattedrale che, con la sua architettura, arriverà a sovrastare, in maniera incombente, qualsiasi altro edificio cittadino. Ciò si giustifica alla luce delle prerogative politiche e religiose dei vescovi, che si evidenziano come i signori feudali dei principali centri (le civitas/urbs) (7), dove i castelli si qualificano come le loro primitive residenze (8). Questa situazione permarrà ancora nel Cinquecento, quando, pur con qualche eccezione (Strongoli), i vescovi, gelosi della loro autonomia, manterranno un livello di difesa autonomo ed indipendente dalle mura cittadine, realizzando proprie torri che andranno a far parte di un unico complesso comprendente la cattedrale ed il palazzo vescovile (9). Tale situazione appare cristallizzata a Belcastro, dove la residenza vescovile si presenta ancora oggi dominata dalla torre “Mastra”: un autonomo e massiccio donjon (fig. 1) (10) che, in base alle strutture superstiti, pare ascrivibile ad una fase compresa tra la fine del sec. XI e gli inizi del XII, quando, a seguito degli avvenimenti relativi all’insediamento dei Normanni, il vescovado bizantino fece posto al sorgere di Genecocastren (fig. 2) (11).

(Fig. 1. Ricostruzione ideale del castellum vescovile (fine sec. XI – inizi sec. XII))

(Fig. 2. Assetto urbano di Belcastro (sec. XII – XVI). castellum (A), castrum (B))

Alla sua base si apriva l’ingresso, che era ricavato in un corpo avanzato posto nell’angolo sud-ovest della torre, attualmente crollato ma che, in origine, doveva occupare tutta l’altezza dell’edificio. La situazione è evidenziata dall’area di crollo ed è testimoniata in altri casi analoghi (Paternò). Attraverso questo passaggio ed una ripida scala esterna che poteva essere convenientemente rimossa, si poteva giungere all’ingresso della torre, posto al primo piano. Questa torre che occupava la posizione più elevata, era circondata da un perimetro difensivo che muniva la sommità della rupe, dove sorgevano gli edifici di servizio alla residenza del vescovo e della sua corte e la cattedrale (12). Questo perimetro che, originariamente, doveva seguire l’andamento naturale del terreno, fu regolarizzato più tardi e mantenuto in costante efficienza, come dimostrano le diverse strutture difensive che si rinvengono lungo tutto il suo percorso. L’importanza strategica di Belcastro, legata al controllo della via che collegava le contee di Catanzaro e di Crotone, risalta ancora alla metà del sec. XV, in occasione degli avvenimenti che costrinsero i sovrani aragonesi a scendere personalmente in Calabria, per sedare le rivolte del Marchese di Crotone Antonio Centelles. Durante le operazioni condotte da re Alfonso, quest’ultimo si preoccupò subito di tagliare la strada da cui potevano provenire aiuti ai ribelli e, dopo aver assunto il controllo dei guadi del Neto, si diresse ad occupare quelli del Tacina, ponendo l’assedio a Belcastro il 21.11.1444. Dopo poco i cittadini si arrendevano “e gli furono aperte le porte non possette però espugnar il castello e la torre detta di Castellaci” (13). Tale quadro appare confermato durante la successiva discesa di re Ferdinando che, nel suo piano d’attacco tendente ad isolare le città ribelli fedeli al Marchese, proveniente da Catanzaro, penetrò nelle terre di quest’ultimo il 2.10.1459 e si accampò presso il ponte sul fiume Crocchio, ponendo l’assedio a Belcastro (14).

L’età della riconversione
L’importanza strategica di Belcastro risalta ancora alla fine del sec. XV quando, a seguito della minaccia turca, le principali piazze del Regno furono rifortificate. Nel marzo del 1489 la città fu ispezionata da Alfonso, duca di Calabria, e da Antonio Marchesi di Settingiano (15), ed in seguito a questa visita fu interessata da importanti lavori d’adeguamento. Questi ultimi, non apprezzabili nel caso delle mura cittadine (16), si rendono evidenti nel castello (fig. 3) dove le nuove strutture paiono integrarsi a quelle preesistenti. Qui il nucleo originario, la “torre Mastra”, fu rinforzata alla base mediante la realizzazione di un barbacane, che aveva lo scopo di aumentare la resistenza della vecchia torre, fungendo da ulteriore perimetro difensivo. Accanto a questi apprestamenti, il castello fu dotato di un perimetro esterno con nuove torri poligonali scarpate (17), più adatte ad ospitare le armi da fuoco. Successivamente, le necessità di puntamento, comporteranno la demolizione del corpo piombato di queste torri, che sarà sostituito da quello attualmente visibile per consentire l’ampliamento del settore di tiro. Le evidenze murarie superstiti permettono di riferire queste ultime strutture al primo venticinquennio del XVI secolo, periodo al quale dovrebbe risalire anche la torre rotonda, i cui resti si evidenziano all’estremità sud del complesso. Si tratta, comunque, degli ultimi interventi che sottolineano l’importanza militare del castello. Con l’evoluzione della tecnica bellica legata all’uso di armi da fuoco più progredite, il castello di Belcastro, come altri, perderà le sue funzioni, riducendosi a residenza dei feudatari del luogo, che ne amplieranno gli ambienti interni in relazione alle loro esigenze di soggiorno nella città (18). In tale ottica si evidenziano le sopraelevazioni che compaiono nei tratti superstiti delle mura perimetrali verso la città.

(Fig. 3. Pianta ricostruttiva del castello di Belcastro.)

Note
1. Nelle fonti documentarie i termini latini “castellum” e “castrum” sono usati senza alcun riferimento a particolari tipologie, come del resto risulta per gli omologhi termini greci “kastellion” e “kastron”. L’uso di arx o di oppidum appaiono invece cultismi legati all’erudizione della fonte.
Rende P., Il territorio crotonese in età Romana e Bizantina, in La Provincia KR n. 10/12 - 2003.

2. Lo stato di oppressione esercitato dal castello nei confronti delle popolazioni urbane c’è testimoniato da diversi episodi riportati dalle cronache. Nel 1339, i crotonesi inferociti espugnano il castello, poi ripreso dal capitano della città (Gaggese R., Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Vol. I, Bemporad, Firenze 1932 p. 332) mentre, nel 1527, i Mesorachesi dettero alle fiamme il castello, trucidando il feudatario con tutta la sua famiglia (Pesavento A., La città immaginaria, Crotone nel Viceregno, 1985 p. 2). Anche i cittadini di S. Severina erano “naturalmente” insofferenti ai gravami imposti dal locale castello. In tale ottica, dopo essersi arresi ad Alfonso, essi si affrettarono a chiedere al sovrano aragonese “che dicto castello dirrupi” (Caridi G., Un privilegio inedito di Alfonso il Magnanimo alla città di S. Severina, in Nuovi Annali della Facoltà di Magistero della Università di Messina, n.2, 1984, p. 157), mentre nel 1460, chiesero a re Ferdinando la grazia che fosse distrutta ed abbandonata anche la torre di S. Mauro (Siberene, cit. p.167) che, evidentemente, esercitava nei loro confronti qualche tipo di imposizione. Questo atteggiamento è evidenziato anche da alcuni episodi tramandati dalla cultura popolare, come nel caso della leggenda del “re pagano” a Roccabernarda, o relativamente al supposto diritto del conte di Melissa di esercitare nei confronti della popolazione lo jus prime noctis.

3. Un esempio è rappresentato dalla catena di controllo che caratterizzava il corso del fiume Neto. Superato il Castellum de Sclavis, posto lungo la “via grande” che saliva in Sila, in prossimità della confluenza tra i fiumi Ampollino e Neto, si incontravano: il castellum di Bellumvedere che dominava uno dei principali guadi di quest’ultimo, e quello di Crepacorium che costituiva l’ultimo sbarramento per quanti, provenienti da nord, si dirigevano verso Crotone.

4. ó Kallipóleos (Belcastro) compare tra i vescovadi suffraganei della nuova metropolia di Santa Severina riportati nella Diatiposi al tempo di Leone VI il Filosofo (886-911), assieme a ó Akeréntias (Cerenzia), ó tõn Aesúlon (Isola) e ó Euruáton (Umbriatico). Successivamente l’opera fu rimaneggiata. Di quest’ultima se ne conserva una redazione che è del tempo di Alessio Comneno (posteriore al 1084) dove, nella Notitia III, i vescovadi suffraganei di Agías Seberínes (Santa Severina) risultano cinque: Akeranteías/Acerentinus (Cerenzia), Palaiokástron/Castri veteris (Strongoli), Aisúlon/Aysilorum (Isola), Euruáton/Euriatensis (Umbriatico) e Kallipóleos/Callipolitanus (Belcastro). Russo F., La Metropolia di S. Severina, in Scritti Storici Calabresi C.A.M., Napoli 1957.

5. In epoca sveva, la persistenza di alcuni tratti dell’antico asse stradale di età romana, è evidenziata dalla presenza di una “via regia”, lungo cui si evidenziano i palatia. Pesavento A., L’abitato di Alichia, la foresta regia ed il palazzo Alitio, in cit. n. 19/1998.

6. Come tali i vescovi di Strongoli e di Isola erano tenuti a concorrere alle spese di ristrutturazione del castello di Crotone. (Reg. Ang. Vol. VI, 1270-71, pp. 109-110).

7. Le caratteristiche di queste dimore vescovili paiono strettamente connesse alla figura del presule medievale che, oltre a costituire la principale autorità religiosa, nell’ambito delle sue prerogative di signore feudale della città, riassume anche funzioni politiche e militari. Ciò risalta ancora sul finire del Duecento, quando nel 1284, durante la guerra del Vespro, l’esercito di Pietro III d’Aragona invase la Calabria e Matteo Fortunato alla testa di 2000 Almugaveri, incendiò il monastero di S. Giovanni in Fiore (Bartolomeo di Neocastro, Istoria Siciliana 1250-1293, cap. LXXXII, pp. 56-59) devastando i centri della valle Neto (Ughelli F., Italia Sacra, IX, 527). In tale occasione, i vescovi della zona si fecero carico di guidare le armi fedeli alla causa angioina. Ai fratelli Stefanazia, Ruggero e Lucifero, rispettivamente arcivescovo di S. Severina e vescovo di Umbriatico, si unì il vescovo di Strongoli (Russo F., La guerra del Vespro in Calabria nei documenti vaticani, in A.S.P.N. 1961, pp. 207 sgg.).

8. Ad Isola il vescovo Annibale Caracciolo rifiuterà di trasferirsi all’interno della nuova cinta fortificata realizzata dal feudatario della città, e permarrà nella sua primitiva residenza che, nella seconda metà del Cinquecento, sarà rifortificata con una possente torre di difesa di fianco alla cattedrale (Visita del Vescovo G.B. Morra, 1648, f.25 Arch. Vesc. Crotone; Rel. Lim. Insulam 1606). Il vescovo di Strongoli Claudio Vico (1590-1600) fa completare una propria torre di difesa presso il palazzo vescovile che era stata iniziata dai suoi predecessori (Rel. Lim. Strongulen, 1597).

9. Il francesismo donjon (italiano: dongione) deriva dal latino dominion, e si riferisce all’ostentazione del proprio potere da parte del signore feudale attraverso la costruzione della torre.

10.“Geneocastrensem/Genecocastren/Genicocastren” (= castrum principale), dal 1330 “Bellicastrum” (Rel. Lim., 1703), sorge conseguentemente all’insediamento normanno. Le sue mura, torri e fortificazioni, esistettero fino al 1644 quando il grande terremoto di quell’anno le distrusse (Rel. Lim., 1758).

11. Durante il sec. XVI tra il castello e la cattedrale sorgeva il palazzo vescovile. Pesavento A., La cattedrale di Belcastro in La Provincia KR n. 20/22 - 2000.

12. Pesavento A., Alle origini della provincia di Crotone, in La Provincia KR, n. 2-7/1996.

13. La città si arrenderà l’otto ottobre 1459. Fiore G., Della Calabria Illustrata, Napoli 1691, t. I, 213.

14. G. Filangieri, Documenti per la storia, le arti e le industrie delle provincie napoletane, 1891, vol. I.

15. Vedi nota n. 11.

16. Accanto a quella meglio conservata, i resti della base di un’altra torre che appare dello stesso tipo, si trovano nell’angolo sud – ovest del perimetro.

17. In base a queste esigenze, nel 1549, il feudatario di Isola, Io. Antonio Ricca, realizzò la sua residenza fortificata nelle adiacenze della nuova città murata mentre, successivamente, il principe di Strongoli costruirà la propria attorno ad una torre medievale preesistente (la “Maestra”). Ulteriori esempi di questa tendenza, sono rappresentati dalla costruzione del “Belvedere” all’interno del castello di S. Severina (1535), e dalla realizzazione del palazzo ducale di Caccuri, che costituisce lo sviluppo in chiave residenziale del preesistente castello medievale.
 

 

La città di Belcastro e “La Stella di San Tommaso”

di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 24-25/2003)

In età sveva il feudo di Geneocastro (Genicocastro, Genitocastro) appartenne ai Fallucca o Falloch. Alla stessa famiglia rimarrà per breve tempo anche dopo la conquista del Regno da parte degli Angioini, come risulta dall'atto con cui Carlo I d'Angiò l'otto luglio 1269 riconosceva a Clemenza o Clementina Fallucca, per sé ed i suoi eredi, il dominio feudale sulla città di Genitocastro. Clemenza Fallucca, moglie di Berardo de Czifono o de Tortora, aveva avuto il feudo come erede del padre Riccardo e nel 1278/79 ne era ancora in possesso (1).

Dai Fallucca ai De Aquino
Poi passò agli Aquino, in seguito al matrimonio tra Fiordelasia Fallucca, sorella di Clemenza, e Tommaso de Aquino. Nel 1284 Tomaso de Aquino risulta già feudatario di Belcastro con il titolo di conte. Tommaso de Aquino comandò l'esercito di Carlo d'Angiò in Terra di lavoro e partecipò alla battaglia navale, dove fu fatto prigioniero assieme al figlio del re (2). Nel 1292 troviamo Atenolfo d’Aquino ed alla sua morte il feudo passò a Tomaso de Aquino, che nel 1293 ne risulta in possesso (3). Nel 1330 da "Gneocastrum" la città mutò il nome in "Bellicastrum" (4). Nel 1351 risulta conte di Belcastro un terzo Tomaso o Tommasello de Aquino che morirà nel 1357 (5). Seguì Isabella de Aquino come compare in un documento del 1365 col titolo di contessa di Belcastro (6).

La Contea nel sec. XV
Alla morte di Isabella D'Aquino, avvenuta nel 1373, nello stesso anno pervenne ai Santoseverino, come risulta dalla conferma fatta dal papa Gregorio XI della concessione e donazione del feudo, fatta dalla regina Giovanna e dal marito Ludovico, ad Enrico de Sanctoseverino ed ai suoi eredi del comitato di Belcastro (7). Enrico Sanseverino, uno dei potenti del regno, era ancora conte di Belcastro nel 1390 (8).
La contea passò quindi al figlio Luigi, che fu ribelle a re Ladislao. Perciò nel 1401 fu privato del feudo. L'anno dopo la città venne venduta a Pietro Paolo da Viterbo, alias Peretto de Andreis, che ebbe la contea di Belcastro ed il marchesato di Crotone. Pietro Paolo da Viterbo si schierò per il di La Marche. Nell'estate 1417 le truppe di Antonuccio dei Camponeschi di Aquila devastavano le proprietà di Pietro Paolo da Viterbo, marchese di Crotone e conte di Belcastro.
In seguito pervenne ai Ruffo. Prima Nicolò poi le figlie Giovannella ed Enrichetta, moglie quest'ultima di Antonio Centelles, che fu ribelle al re Alfonso d'Aragona. Con la discesa dell’esercito del re nell’autunno 1444 la città verrà assediata. Il re, dopo aver ottenuto il controllo delle terre e dei passi sul Neto, si diresse ad occupare quelli sul Tacina. Il 16 novembre l'accampamento regio è presso Rocca Bernarda (9), la quale si difese tenacemente per alcuni giorni ma "espugnatone il castello" le truppe del re, dopo aver messo a ferro e fuoco quella terra, si diressero alla conquista di Belcastro.
Il 21 novembre il regnante è a Belcastro. In quel giorno Alfonso concedeva dei privilegi ai rappresentanti dell'università di Cropani (10). Dopo poco i cittadini di Belcastro si arrendevano " e gli furo aperte le porte non possette però espugnar il castello, e la torre detta di Castellaci", lasciate delle truppe di presidio alla città e per proseguire nell'assedio (11), il re si diresse su Santa Severina (12).
Dopo la caduta della città venne nominato castellano del castello di Belcastro Galberano de Barbera (13). In seguito il De Barbera oltre che castellano divenne anche governatore e capitano della città, come risulta da un ordine di re Alfonso. Il re il 9 agosto 1449 comandava al tesoriere di Calabria Gabriele Cardone di pagare al nobile Galcerando de Barbera, castellano del castello e torre di Belcastro e governatore e capitano della città ed ai suoi aiutanti il salario, che a loro spettava, sia quello arretrato, quanto il presente ed il futuro (14). Dopo la morte di re Alfonso divampò la ribellione in Calabria contro il re Ferdinando. Particolarmente cruento fu lo scontro tra le truppe regie ed i ribelli nella contea di Belcastro e nel marchesato di Crotone, dove erano particolarmente attivi i seguaci del marchese di Crotone Antonio Centelles.
Le operazioni militari si svolgevano con fasi alterne. Alfonso d'Avalos, comandante delle truppe regie, sconfiggeva il 19 maggio 1459 presso Belcastro i ribelli e li costringeva a ripiegare su Crotone, ma questi scontratisi con le truppe del tesoriere le sgominavano. Gli scontri proseguivano ed il 2 giugno un esercito composto da contadini del ducato di Squillace, del conte di Nicastro e del conte d'Arena e di altri baroni subivano una grave sconfitta presso Maida da Alfonso d'Avalos che poi però doveva ritirarsi verso Cosenza.
Frattanto le terre del Marchesato nell'estate 1459 venivano prese formalmente in consegna dagli emissari del principe di Taranto, anche se nella città di Crotone, già da tempo in mano ai seguaci del Centelles, rimaneva ancora nel castello un presidio regio che vi rimarrà fino ad agosto. Re Ferdinando prima di scendere con l'esercito in Calabria reintegrò il Centelles nei suoi antichi feudi. Il marchese ebbe quindi pieno possesso del suo antico stato, di cui parte si era già con la forza impossessato, e che comprendeva Crotone, Santa Severina, Belcastro, Catanzaro, Tropea ed altri luoghi15. Durante la discesa del re Ferdinando con un esercito, Belcastro fu assediata. I cittadini si arresero l'otto ottobre dopo aver avuto la conferma dei privilegi, tra i quali quello di rimanere in demanio, ed aver ottenuto alcuni sgravi fiscali16.
Intanto si arrendevano Santa Severina, Cirò ed altre città; resistevano Le Castella e Crotone. Giunte le tre galee ad esse si unì un'altra che già si trovava sui mari di Calabria, ed insieme posero il blocco e bombardarono Le Castella, la quale si arrese dopo che il 14 ottobre il re "in felicibus castris prope Belcastrum" aveva accolto le richieste fatte da Michele Petro a nome di quella università17.
Il 24 giugno 1462 Ferdinando,accogliendo la richiesta di perdono e di sottomissione di Antonio Centelles e della consorte Errichetta Ruffo, li reintegrava nei feudi confiscati a causa della ribellione, avendo alzato le loro insegne e le loro armi in favore degli Angioini e perdendo per questo i loro beni che erano stati così donati dal re: il marchesato di Crotone al principe di Taranto, le città di Catanzaro e di Santa Severina e le terre di Mesoraca, Castella, Roccabernarda, Policastro, Taverna, Roccafalluca e Tiriolo erano state poste in demanio, la contea di Belcastro, la baronia di Cropani e le terre di Zagarise e Gimigliano erano state date al principe di Bisignano e a Tommaso Carrafa. Le terre di Cirò e Melissa, la baronia di Castelmonardo con le motte di Montesori e Monterusso e Polia, le terre di Rosarno e la baronia di San Lucido con le motte o terre di San Giovanni e Montebello, le terre di Castelvetere e Roccella a Galeotto Baldaxino assieme ai casali e alle torri e con la provvigione di 4000 ducati con la gabella della seta, Badolato, Motta di Caccuri e con altre terre18. Così Antonio Centelles e la moglie ebbero da re Ferdinando la città di Crotone con il titolo e la dignità di marchese che era detenuta dal principe di Taranto, la città di Catanzaro con il titolo e la dignità di conte, la città di Santa Severina e le terre di Mesoraca, Le Castella, Rocca Bernarda, Policastro, Taverna, Rocca Fallucca e Tiriolo, terre in demanio che erano amministrate da ufficiali del re, la città di Belcastro con il titolo e la dignità di conte e la baronia di Cropani e Zagarise e la terra di Gimigliano, terre occupate e detenute dal principe di Bisignano19 e da Maso Barrese, le terre di Cirò e Melissa, la baronia di Castelmonardo con le motte o terre di Montesori, Monterusso e Pollia, la terra di Rosarno, la baronia di San Lucido, con le motte o terre di San Giovanni e Monte Bello, già recuperate e in possesso del Centelles, e le terre di Castelvetere e Roccella, che sono tenute da Galeotto de Baldexino. A queste terre che facevano parte dei vecchi possessi del marchese di Crotone e di sua moglie il re aggiunse la baronia di Bianco e la Torre di Bruzzano con le motte e castelli di Bovalino, Pietra Panduta e Crepacore20
Non tutte queste città e terre ritorneranno subito in potere del Centelles. Antonio Gazo fu incaricato di consegnargli Belcastro, Zagarise e Cropani che deteneva militarmente il Barrese; Crotone fu esclusa dalla consegna e Santa Severina con il titolo di Principe fu data solo nel giugno 1464 assieme alla pensione annua di 1000 ducati sulle saline di Neto. Il Centelles attese alla riorganizzazione delle sue proprietà. Nel 1463 diede ad Antonio Cochi, milanese suo affine, il casale di San Mauro de Caraba21, permutò Borrello e Rosarno ottenendo dal Barrese Simeri, donò Melissa a Giovanni de Michele e il feudo di Umbro Demani ed i mulini della Canusa, in territorio di Rocca Bernarda, a Giovanni de Colle.
Il 21 aprile 1465 ormai vedovo "Antonius de Viginti Milles alias Centelles ,Princeps Sancte Severine Marchio Cotroni Dei (gratia comes) Catanzarii et Bellicastri" di passaggio per il monastero di Santa Maria di Altilia assieme al figlio primogenito Antonio e alle figlie convalida al monastero il tenimento di Neto già concesso dal conte Petro Ruffo e dal figlio di costui Giovanni Ruffo e successivamente confermato dalla sua defunta "carissima consorte", la marchesa di Crotone Enrichetta Ruffo, ed esenta l'abate Enrico de Moyo dal censo di tre ducati che annualmente il monastero doveva pagare alla sua curia22.
Dopo la fine del Centelles e la confisca dei suoi feudi, Belcastro fu concessa a Ferrante de Guevara, che la tenne dal 1467 fino al 1481 (?) , quindi nel 1482 a Federico d'Aragona, figlio di re Ferdinando. Nel 1487 il re Ferdinando I d'Aragona concedeva la contea di Belcastro e le terre di Zagarise, Cropani e Barbaro a Giovan Giacomo Trivulzio, compensandolo per valido aiuto prestato nel reprimere la Congiura dei Baroni23
Il Trivulzio parteggiò per Carlo VIII e perciò ne fu privato. Nel 1500 venne data da re Federico a Costanza d'Avalos (figlia d'Inigo d'Avalos e sposa di Federico di Baux). Quindi passò al nipote Alfonso D'Avalos), che la alienava nel 1542 a Ferrante d'Aragona duca di Montalto. Quindi pervenne a Pietro d'Aragona e poi al fratello Antonio, che nel 1574, la vendeva a Giovanbattista Sersale di Cosenza, barone di Sellia.24

Il culto di San Tommaso D’Aquino
Accettando acriticamente le affermazioni avanzate per la prima volta da Gabriele Barrio sul finire del Cinquecento e riportate, in modo non convincente, da Girolamo Marafioti25, Giovan Battista di Nola Molise alla metà del Seicento affermava: "Nel castello di detta città di Belcastro vi è una pittura antichissima, dove si vede S. Tomaso fanciullo, che mostra al padre il seno aperto pieno di rose fresche in tempo d'horrido inverno per il che si vede, e conosce, che in questo castello fu fatto quel miracolo, quando per la gran povertà, e carestia, che era in quel tempo, S. Tomaso di nascosto del padre rubbava il pane, e dava quello a' poveri; una delle volte il padre, che vidde il suo seno pieno, gli domandò, che portava? il fanciullo per il gran timore, e riverenza, che osservava al padre, dubitando non havesse a disgusto, che lui rubbava il pane per darlo a poveri, scusandosi, disse, che portava rose, e aperto il seno, invece di pane ritrovaronsi rose, il quale miracolo fu inditio di santità"26. La presenza di San Tommaso d’Aquino, “il Dottore Angelico”, a Belcastro tuttavia è storicamente insostenibile. L’autore della “Summa Theologica”, figlio di Landolfo d’Aquino e di Teodora Caracciolo, figlia del conte di Teate, visse tra il 1225/1226, anno della sua nascita a Roccasecca, ed il 1274, anno della sua morte a Fossanova. Durante tale periodo è documentato che il feudo di Genitocastro appartenne ai Falloch o Falluca. La stessa presenza del santo non verrà richiamata in alcuna relazione dei numerosi vescovi di Belcastro fino all’arrivo del vescovo Giovanni Emblaviti (1688- 1722). Sarà l’Emblaviti che sul finire del Seicento, utilizzando allo scopo anche l’iconografia del santo, darà impulso al culto popolare di San Tommaso d’Aquino e nuovo vigore alla falsa credenza, inventata di sana pianta dal Barrio e poi ripresa da altri scrittori, tra i quali Girolamo Marafioti, Giovanni Lorenzo Anania, Elia de Amato, Saverio Zavarroni, Francesco Grano, Lucio d’Orso ecc.. Ma veniamo al vescovo Emblaviti, il quale nella relazione, datata nove novembre 1692, non solo afferma che il santo era nato a Belcastro, ma evidentemente, traendo spunto dal fatto, che spesso il santo è rappresentato con un sole o una piccola stella, che emana raggi di luce dal suo petto, per essere più convincente, riporta la descrizione del prodigio, che secondo lui si verificava il 28 gennaio di ogni anno a Belcastro, giorno della festa del santo. Il prodigio consisteva nell’apparizione di una stella fissa, posta al centro di una grande croce propria dei cavalieri gerosolimitani, ma di lunghezza maggiore. Secondo il vescovo, che ci offre anche un disegno dettagliato di questa apparizione, tale evento miracoloso si verificava sopra il luogo, dove la tradizione e la storia indicavano che era nato il santo, e così descriveva l’avvenimento: “....Bellicastrum itaque antiqua et pervetusta est Civitas a Philottete fundata, quae in medio celebre Castrum habet in cuius ruinis semper extitit et ad praesens usque perseverat cappella et oratorium in honorem Angelici Doctoris Divi Thomae de Aquino in loco in quo traditio, et historia ferunt ipsum sanctum doctorem habuisse natalia. A primis insuper vesperis usque ad occasum dieifesti ipsius apparet in eodem loco quaedam stella etiam in meridie visibilis......nam post missae celebrationem ipsam prospexi stellam, quae est fixa super signo magnae crucis eiusdem figurae cuius est crux quam deferunt Equites Hierosolimitani sed maxime lungitudinis"27. L’Emblaviti proseguirà anche successivamente nel suo intento, teso ad ubicare la nascita del santo nel castello di Belcastro, aggiungendo come avvenuti in quel luogo anche alcuni episodi che fanno parte della vita miracolosa del santo, come quello della trasformazione del pane in rose. "...Magnum circuitum Urbis denotant ossa arida, et congeries lapidum, dirutique aedificiis moles cum insigni positura Castri devastati ictu, et vi Arietis à baronibus sub spe thesauri, itaquod ibi tantum remansit ecclesia pervetusta sancti Thomae Aquinatis, qui in hoc castro clara habuit natalia, et est verisimile, nam in antiqua scala adsunt arma Domus Caraccioli mixta, et in saxo incisi flores in quos asserunt egregium tunc juvenem convertisse eleaemosinas quas adiacenti carceri, qui adhuc extat afferebat e cospectu arcis in supremo civitatis, vasta adest turris teres immense altitudinis ad huc inhabitabilis.... In arce Bellicastri existit pervetusta ecclesia S. Thomae Aquinatis in loco Natalium ipsius Angelici Doctoris, quae substentatur eleaemosinis fidelium"28. Ed ancora: “Vi è dentro il castello di Belcastro una piccola ma antica chiesa dove tramandano che ebbe i natali e fece il miracolo delle rose il Santo Dottore, nella quale si celebra dai domenicani la messa nei giorni festivi29.
L’incremento del culto di San Tommaso d’Aquino, che diviene protettore della città, proseguirà anche dopo la morte dell’Emblaviti. Il successore Michelangelo Gentile (1722- 1729) il 22 luglio 1724 chiedeva al papa Benedetto XIII qualche aiuto per la chiesa di Belcastro; luogo importante in quanto vi nacque S. Tomaso d’Aquino, “stella risplendente dell’Ill.ma Religione Domenicana”30 ed affermava che vi è un altare dedicato all’Angelico Dottore dentro il castello in memoria dell’antichissimo dominio, che la nobilissima famiglia de Aquino possedeva sopra Belcastro, mentre viveva il Santo Dottore31.
Temi ripresi ed ampliati in seguito dal vescovo Giovan Battista Capuano (1729 -1752) il quale afferma che a Belcastro vi era una piccola chiesa dedicata a San Tommaso D’Aquino, protettore della città, posta al centro dell’antico castello. Gli abitanti di Belcastro dicono che il santo nacque in questa città, quando suo padre conte d’Aquino possedeva lo stato di Belcastro. Il vescovo inoltre afferma che il culto verso il santo andava crescendo giorno dopo giorno. “Gli abitanti di Belcastro e dei paesi vicini nutrono una grande devozione verso il Santo Dottore, che durante il periodo della mia permanenza ha avuto un notevole incremento. Nel giorno della sua festa, quando appare la prodigiosa stella sopra la chiesa, vi è un grandissimo concorso di gente, che viene anche dai paesi vicini per assolvere i voti. Per amministrare bene tutte le elemosine e le donazioni ho nominato un procuratore, il quale mi rende conto ogni anno. Vi è la statua del Santo Protettore ben decorata e mantenuta, che prima era venerata nella chiesa della SS. Annunciazione. Curai farla trasportare con la debita decenza e venerazione dentro la chiesa cattedrale. Qui la feci collocare dentro un elegante armadio, dal quale spesso viene tolta per essere esposta alla devozione popolare e per portarla processionalmente, specialmente quando si deve venire incontro alle urgenti necessità della popolazione32.
Il culto verso il santo proseguirà durante il lungo vescovato di Tommaso Fabiani (1755 -1778), il quale ribadirà tutte le affermazioni già fatte dall’Emblaviti e dai vescovi successivi, contrastando coloro che le mettevano in dubbio.
“Unum ei superest (nec minimum est) quod nec temporis audacitas, nec humanarum rerum vicissitudines ipsi adimere potuere: esse Patriam, et frui patrocinio Angelici Doctoris Divi Thomae Aquinatis, qui hic ex Landulpho, et Theodora tunc Bellicastri comitibus in lucem aeditus est, ut inter plurimos tenet eminentissimus Sirletus, Barrius, Joannes Laurentius Anania, Elias de Amato, et novissimè disertè probavit Xaverius Zavarroni, seu potius Antonius Episcopus Tricaricen eius frater in responsione ad dissertationem Francisci Pratilli canonici Capuani de patria et familia divi Thomae Aquinatis, aedita anno 1751; idemque comprobare nn deest ipse sanctus cum apparitione stellae, quae à primis vesperis usque ad occasum solis diei festi eiusdem, super castro ubi creditur ortus fuisse, et quandoque per totam octavam, etiam in meridie visibiliter apparet, existente tamen coelo sereno, sicuti propriis oculis egoipse vidi. Monumentum tamen huius veritatis posteris demandavit JOannes b.m. Emblaviti, episcopus huius civitatis in fide authentica, sua obsignata manu propria sub die nona mensis Novembris 1692 cum figura ipsius stellae, cuius forma hic describitur"...... Ecclesia divo Thomae Aquinati nostro inclyto Protectori extat inaugurata, quae parva sua extensione, fuit posita in centro vetustissimae Arcis bellicae, in qua, ut ex traditione non contemnenda praecitatus Divus natus est........ Ad haec, quotannis recurrentibus vesperis eius festivi diei, int. castrum pralaudatum et cathedralem ecclesiam splendidiore hilarioreq. lumine ima fulget stella quaedam (Divi Thomae vulgus adpellat) ex hora diei nona, per totos octo solidos dies, coelo praesertim sudo, quaeq. nedum civibus sese praebet conspicuam, sed etiam exteris, undiq. propterea, sive prodigii magnitudine, sive erga Divum hominem reverentia moti, concurrentibus. Porro ab aevo, cuius memoria non extat, scimus, Divum Thomam in praecipuum huius Diocesios patronum fuisse adlectum”33.

Il culto
Sempre proseguendo su questa via, per sostenere la nascita a Belcastro ed incrementarne il culto, verrà “fabbricata” una vecchia pergamena con una falsa fede di battesimo e saranno scritti inni di lode. Ancora all’inizio del Novecento Antonio Puja, fratello dell’arcivescovo di Santa Severina, affermava che occorreva proseguire nella ricerca storica, in quanto non vi era la certezza della nascita di San Tommaso d’Aquino a Belcastro, anche perché gli atti portati a favore non reggevano, “dinanzi alla critica, che possa vincere gli avversari, e assicurare a noi l’alto onore”. Il prelato non negava la gloria di tale nascita a Belcastro anzi aggiungeva che, pur mancando documenti storici validi, una delle prove a favore poteva essere la tradizione. La città di Belcastro “da secoli ha trasformata in cappella la stanza del castello dove dicesi nato S. Tommaso: Belcastro ha trasmesso da generazione in generazione la memoria di quel nascimento e, insieme il culto al Santo Dottore, come culto al suo più gran figlio: Belcastro ricorda anche oggi la stella apparsa nel suo cielo, il giorno della nascita dell’Angelo delle scuole..”34.
 

Note
1. Reg. Ang. I, 294, 300 sgg.
2. " Si ha notizia che Fiordelasia, moglie di Tomaso padre di Adenolfo primo signore di Castiglione e di Filippa, moglie di Tomaso conte di Belcastro che espone al re, come essendo stato Tomaso con Carlo, principe di Salerno, fatto prigioniero nella battaglia navale e sui beni in vigore di ordini regi per il secreto e mastro portolano del sale di terra di Lavoro e contado di Molise, essendoci la sospensione, chiede sostentamento e alimenti. Il re ordina che salva la porzione di Adenolfo, fratello minore di Tomaso, gli si paghino 40 once d'oro sui proventi della terra di Tomaso in ciascun anno dissequestrando i beni del marito (28/8/1284, Reg. Ang. XXVII, 467 -468)
3. Lenormant F., La Magna Grecia cit., II, 240; Pellicano Castagna M., La storia dei feudi cit., I, 175.
4. Rel. Lim. Bellicastren., 1703
5. Russo F., Regesto, I, 7184
6. Russo F., Regesto, II, 7774.
7. Russo F., Regesto, II, 8022.
8. Ladislao, figlio di Carlo III e di Margherita di Durazzo, veniva incoronato il 23 maggio 1390 re di Sicilia dal cardinale Angelo Acciaiuoli, legato del nuovo papa Bonifacio IX che intendeva così averne l'appoggio contro il papa scismatico Clemente VII ed i suoi alleati, il re Carlo VI ed il pretendente angioino al regno napoletano, Luigi II d'Angiò. Il nuovo re per i servizi prestati al padre e alla madre e per tenerlo alleato, il 18 ottobre 1390 creò Nicolò Ruffo marchese di Crotone, dando l'incarico dell'investitura ad Enrico Sanseverino, conte di Belcastro, Carlo Ruffo di Montalto e di Corigliano, Giordano Arena, signore della baronia di Arena, e a Benedetto Acciaiuoli, tutti membri del consiglio di reggenza, Minieri Riccio C., Notizie storiche tratte da 62 registri angioini dell'archivio di stato di Napoli, Napoli 1877, p. .99.
9. Il re quel giorno approva i capitoli presentatogli dai rappresentanti dell'università di Lucera, Mazzoleni J., Fonti per la storia dell'epoca aragonese nell'archivio di stato di Napoli, ASPN a. 1954, p. 352.
10. A Belcastro il 21.11.1444 il re concesse ai rappresentanti dell'università di Cropani di rimanere in demanio, che la città fosse franca per 10 anni da qualsiasi tassa, che i suoi cittadini potessero pascolare franchi nei territori di Taverna e di Belcastro che i beni requisiti fossero restituiti, che alla chiesa collegiata di Santa Maria fossero date le terre di Connino, che all'abbazia di S. Maria di Acquaviva fossero confermate tutti i privilegi ecc., Fiore G., I, 213.
11. D'Amato V., Memorie historiche dell'illustrissima famosissima e fedelissima città di Catanzaro, Napoli 1670, p. 98.
12. Costanzo A., Istoria del Regno di Napoli, Milano 1805, III, p. 132; Pontieri E., La Calabria cit., p. 132.
13. Falanga M., Il manoscritto di Como, in Rivista Storica Calabrese, n. 1/2 - 1993, p. 245
14. Fonti Arag., I, 76.
15. Costanzo A., Istoria del Regno cit., III, 190-191; Dito O., La storia cit., pp.218 sgg.
16. Fiore G., Della Calabria cit., I, 213.
17. Tra i capitoli approvati vi era la conferma al vescovo di Isola degli antichi privilegi, Processo Grosso, ff. 415-416, AVC.
18. Pontieri E., La Calabria cit.,284-285.
19. Il conte di Sanseverino era stato inviato dal Re stesso a trattare col Duca di S. Marco, e questi volle ed ottenne promessa, che avrebbe avuto vigore l'albarano già fatto tra lui ed il re Alfonso, col quale gli si accordava il governo della contea di Belcastro e della baronia de li Cropani, e che si sarebbe fatto grazia a più che 500 fuorusciti de' casali di Cosenza ( Memoriale presentato alla M. del Re per lo nobile Antonello da Prignano per nome et parte de lo Ec. conte di Sanseverino e che per la dicta M.a fu decretato come infine de ciascuno dei capitoli se contiene. In Regio castro Civitatis Capue die XXIII decembris 1459)", Giampietro D., Un registro aragonese della Biblioteca Nazionale di Parigi, ASPN, 1884, p. 643)

20. Processo Grosso... Processo Grosso .. ff. 74-96; De Leo P., I patti tra la corona d'Aragona e il Centelles, A.S.C.L., LX (1993), pp. 93 sgg.
21. Fiore G., Della Calabria cit., I, 221.
22. Il privilegio fu concesso "in dicto monasterio die 21 mensis Aprilis XIII Ind. 1465, Privilegi della Badia di Altilia cit. ff.11 sgg.
23. Mazzoleni J, Regesto della Cancelleria Aragonese cit. , p. 161.
24. Pellicano Castagna M., La storia dei feudi cit., Vol. I, pp. 173 sgg.
25. Marafioti G., Croniche et antichità di Calabria, Padova 1601, pp. 215- 216.
26. Nola Molise G.B. Cronica cit., p. 85
27. Rel. Lim. Bellicastren., 1692.
28. Rel. Lim. Bellicastren., 1699.
29. "In Arce Civitatis adest ecc.a angelici doctoris in loco ut fertur suae nativitatis pervetusta cum signo rosarum in memoriam miraculi ab ipso, ut dicitur, patrati in ianua carceris in lapide sculpti", Rel. Lim. Bellicastren., 1711.
30. Vesc. Vol. 141, f. 174 -175, ASV.
31. Rel. Lim. Bellicastren., 1727.
32. Rel. Lim. Bellicastren., 1735.
33. Rel. Lim. Bellicastren., 1758.
34. Documenti di Archivi, Siberene pp. 477 sgg.
 

La cattedrale di Belcastro

di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 20-22/2000)

Secondo alcuni storici “Kallipoleos”, una delle primitive diocesi della metropolia di Santa Severina, altro non sarebbe che Belcastro1.

Da Genitocastro a Belcastro
La città, così detta durante il periodo bizantino, avrebbe poi mutato in Genitocastro, come appare in numerosi documenti di età normanno- sveva2, quando era feudo dei Falloch.
Nella prima età angioina, poco prima della metà del Trecento, essa assunse l’attuale denominazione3. Secondo alcune testimonianze la città nel Medioevo era abitata da tre popolazioni : ebrei, greci e latini4.
Nelle collette per la Santa Sede dell’inizio del Trecento oltre al vescovo compaiono anche le quattro dignità, cioè il decano, l’arcidiacono, il cantore ed il tesoriere5.
Le ritroviamo ancora alla metà del Cinquecento quando la cura delle anime risiedeva nel capitolo6. In seguito a causa della diminuzione della popolazione, essa fu assegnata al solo arciprete, che divenne il parroco di tutta la città7, ed assieme al penitenziere portò a sei le dignità della chiesa di Belcastro8, e tali erano ancora alla fine del Seicento9.
La cattedrale intitolata all’arcangelo San Michele, la cui immagine era impressa nel sigillo del capitolo, era l’unica parrocchia della città e conservava tutti i sacramenti.
Secondo una tradizione locale riportata dal Fiore, essa era stata fondata nell’Undicesimo secolo e dotata da un tale Angiolo Carbone, patrizio della città, il quale, non avendo eredi, la istituì e le lasciò in eredità tutto ciò che aveva e cioè “Palaggi, vigne, tenute di terre, e singolarmente il feudo detto Spertuso”10.
Al tempo del vescovo Giovan Antonio di Paola (1577 – 1591) il papa Gregorio XIII concesse nel 1583 un privilegio ad un suo altare, come si rileva da iscrizione11.
Nel 1592, al tempo del vescovo Orazio Schipani (1591- 1596), annoverava oltre alle dignità otto canonici e 25 preti12 ma a causa di una pestilenza il vescovo Alessandro Papatodero nel 1597 vi troverà solo 6 canonici e 15 preti13.
La diocesi compresa tra i fiumi Crocchio e Tacina giungeva fino alla riva del mare e confinava con le diocesi di Catanzaro, Isola e Santa Severina. Essa nel Seicento comprendeva oltre alla città di Belcastro anche i due villaggi di Andali o Villa Aragona, abitato di Albanesi, e di Sant’Angelo o Cuturelle.
Belcastro, città posta su un colle a circa tre miglia dal mare, nei primi decenni del Cinquecento era ancora fiorente di cittadini e di messi ma in pochi anni arrivò la decadenza. Nel 1542 la cattedrale risultava completamente distrutta (“penitus collapsa”) tanto che il papa Paolo III il 12 settembre di quell’anno concedeva ai visitatori e a coloro che avrebbero contribuito a risollevarla nella festa di S. Michele l’indulgenza per un giorno14. Ma le condizioni della città peggiorarono ed a causa dell’insalubrità dell’aria molti cittadini la abbandonarono15. Lo spopolamento e la malaria fecero impoverire la mensa vescovile, lasciata in abbandono; infatti tra il 1595 ed il 1615 ben sette vescovi si susseguirono. La precarietà del potere vescovile favorì l’usurpazione di alcuni terreni della chiesa16 e la povertà si ripercosse sulla cattedrale. Di mediocre struttura, essa all’inizio del Seicento era cadente e necessitava di grandi restauri17. Anticamente era situata in mezzo alla città, ma poiché gran parte dell’abitato era stato abbandonato, ora se ne trovava del tutto al di fuori.
Vi si festeggiava solennemente due volte all’anno : l’otto maggio ed il 29 settembre. Aveva fonte battesimale, campanile, con due campane, alcune reliquie di santi e la sacrestia ma, sia per l’incuria dei vescovi che per la diminuzione delle entrate, mancava di paramenti adatti al culto e quelli che c’erano erano modesti18. Il vescovo Girolamo Ricciulli , rivendicò i beni della chiesa19 e restaurò dapprima la cattedrale nelle pareti, nel tetto e nel pavimento. Ne riparò le scale di accesso, fece rifare il bastone pastorale, il piviale e due pianete di seta e fornì di suppellettili di legno l’altare20. In seguito rifece la porta maggiore in maniera artistica, riparò il soffitto ligneo, quasi divelto dalla forza del vento e acquistò e preparò il materiale sia per ricostruire la sacristia in forma più ampia ed in un luogo migliore sia per rifare l’altare maggiore.
Nella chiesa vi erano i cinque canonicati della SS. Annunciazione, di San Pietro, di San Pietro e Sofia, di S. Giacomo e Lucia e di San Marco. Il vescovo curò anche di rinnovare ed indorare il crocifisso di legno21.
Morto Girolamo Ricciulli seguì Antonio Ricciulli (1626 – 1629) ed a questo Filippo Crino (1629 –1631).
Se la chiesa era stata risanata, mancava ancora di organo e di molti e vari arredi e suppellettili e quelli che vi erano vecchi. Così nel 1632 il sindaco dei nobili della città collocò una nuova sede per il magistrato cittadino22 ed il papa Urbano VIII l’anno dopo diede la possibilità al nuovo vescovo Bartolomeo Giptio di impiegare i proventi delle pene della sua curia per l’acquisto delle cose sacre necessarie23. L’edificio tuttavia continuò ad essere trascurato soprattutto per l’assenteismo del presule a causa dell’inospitalità del luogo24. Infatti esso era esposto d’inverno ai rigidi venti ed all’umido e d’estate all’eccessivo calore e all’aria malsana. Inoltre la cattedrale era in un luogo isolato, circondata da rupi sassose e da case distrutte ed abbandonate25.
Proseguivano le usurpazioni delle proprietà e delle prerogative della chiesa, facilitate dall’assenza del vescovo, il quale a volte tentava la reintegra della mensa. Al centro delle contese fu il diritto di esigere le decime a ragione di un tomolo di frumento su ogni giogo di buoi, anche di estranei, da pagarsi sia sui terreni feudali che burgensatici della diocesi26. Le liti si inasprirono tanto che il vescovo ricorse all’arma della scomunica27. Scossa dal terremoto del 1638, all’inizio del vescovato del messinese Francesco di Napoli (1639 - 1651) era così cadente che, per ripristinarla, non sarebbero bastate le entrate della mensa vescovile di più anni28. Essa aveva l’altare maggiore rivolto ad oriente e la facciata, dove si apriva la porta maggiore, guardava ad occidente. Non era molto capiente ma sufficiente per la popolazione. Divisa in tre navate ; la mediana, la più spaziosa, era posta tra le due ali laterali più ristrette, che la completavano per tutto l’ambito. Nella parte superiore della navata centrale il vescovo fece erigere un nuovo altare maggiore, dedicato al patrono San Michele Argangelo, di forma più grande del precedente (lungo e largo palmi 11, alto palmi 4 e ½ con lunghezza del piano palmi 3 ½) e costruito in maniera artistica e dorato. Ai lati vi eresse delle colonne “cementizie” che fece dipingere con varie figure. Nella parte superiore, a destra, c’era la cappella dove era conservato in una custodia dorata lo SS.mo Sacramento dell’Eucarestia, che godeva di grandissima venerazione popolare. In essa le candele erano sempre accese. Sempre nella parte superiore, però a sinistra, c’era la sacristia molto ristretta. Essa era in grandissimo abbandono e fu rifornita di alcune suppellettili sacre, tra le quali tre pianette, mentre quelle che c’erano furono riparate o rifatte. Vi trovò anche quattro calici con patene dorate, mentre i paramenti pontificali dovevano essere rifatti perché completamente consumati. Dietro l’altare maggiore, che era privilegiato per indulto di papa Gregorio XIII vi era il coro molto piccolo e buio nel quale nei giorni festivi prendevano posto le dignità ed i canonici. Vi era lo stallo vescovile, in mezzo a quello dei canonici. All’arrivo del vescovo esso era in più punti cadente e mostrava un aspetto modesto, ma ben presto fu trasformato in una forma più gradevole, aggiungendovi varie opere plastiche di mirabile candore ed ornandolo con statue ed insegne. Per rendere ogni cosa più chiara e bella, vi aveva fatto aprire in alto anche una magnifica ed ampia finestra. Esso era decorato con varie sculture ed era adatto perché il vescovo potesse svolgere i divini uffici. Davanti all’altare maggiore c’era il sedile vescovile che ornò. Costruito in legno, lo fece spostare dal corno dell’Epistola e quello dell’Evangelo e costruì vicino ad esso un nuovo pulpito, che fece decorare con cornici ed ornamenti eleganti. Il vecchio infatti era così malmesso che non era decoroso da esso annunciare ai fedeli la parola di Dio. Il soffitto della chiesa e due pareti che per la vecchiaia ed i terremoti minacciavano rovina, furono riparate. Per dare maggiore luce all’edificio, fece aumentare il numero delle finestre, aggiungendone due in alto nei muri laterali. La cappella dello SS.mo Sacramento che era eretta a destra dell’altare maggiore, internamente era trascurata ed la cupola di fabbrica, pur essendo ammirevole, era stata consegnata completamente rustica e mostrava le sue pietre tagliate lucide e semplici. Con le elemosine dei devoti, con le entrate della cappella e col suo denaro il vescovo aveva curato di rivestirla di opere plastiche da cima a fondo. Egli vi aveva messo varie statue, insegne e sculture, così era divenuta più bella ed importante, tale da indurre nel popolo una maggiore devozione e considerazione. Inoltre l’aveva arricchita di due dipinti di grandissima stima, che aveva fatto appendere alle pareti. Dentro la cattedrale vi erano erette quattro cappelle che erano di iuspatronato di particolari, con doti molto esigue, eccetto la cappella del Sangue di Cristo della famiglia dei Ballatore. Nel lato destro presso la porta maggiore vi era la fonte battesimale, fornita di ogni cosa necessaria. Vi si trovavano inoltre varie sepolture, sia davanti alla cappella dello SS. Mo Sacramento che all’altare maggiore. La sacristia che era in grandissimo abbandono fu rifornita di alcune suppellettili sacre, tra le quali tre pianette, mentre quelle che c’erano furono riparate o rifatte. In essa trovò quattro calici con patene dorate, mentre i paramenti pontificali dovevano essere rifatti perché completamente consumati. La chiesa mancava di organo ma completava la struttura il campanile sul lato sinistro con tre campane, una delle quali, la maggiore, era spezzata. Al suo arrivo il vescovo Napoli aveva trovato due croci di cui una d’argento aveva l’immagine del Crocifisso e l’altra quella dell’Arcangelo San Michele. Il vescovo aggiunse un nuovo sacrestano ai quattro diaconi selvatici in modo da conservare la chiesa sempre pulita e funzionante29.
Il nuovo vescovo Carlo Sgombrino (1652 - 1672) entrò subito in lite con il vescovo di Isola Giovan Francesco Ferrari, accusandolo di esercitare il potere temporale sulla città, violando la giurisdizione e l’immunità ecclesiastica30. Di modica grandezza ma adeguata alla popolazione ha campanile, campane e cimitero. Nella sacrestia conserva un reliquiario di ebano, costruito con grande maestria, con le reliquie degli SS. Aureliano, Venanzio e Pio Martire31. Se a parere del vescovo Sgombrino l’edificio non aveva bisogno di alcun riparo, la situazione prospettata dal nuovo vescovo Carlo Gargano (1672 -1683) non era delle più rosee.
La città, feudo del duca Francesco Sersale, risultava provata dall’epidemia che nell’anno 1672 l’aveva duramente colpita, causando la morte di circa 300 persone e privandola così in pochissimo tempo di quasi un terzo dei suoi abitanti.. Il palazzo vescovile, vicino alla cattedrale, era in completo abbandono in quanto da circa venti anni nessun vescovo l’aveva abitato e la cattedrale era talmente rovinata e così carente di suppellettili che il vescovo aveva dovuto subito mettersi all’opera e per renderla decente aveva dovuto impiegare anche del suo32.
Dopo i brevi vescovati di Benedetto Bartolo (1684 - 1686) e di Alfonso Petrucci (1686 -1687), i quali all’atto della consacrazione si erano impegnati a riparare la cattedrale ed il palazzo vescovile, a costituire la prebenda teologale e la penitenzieria ed ad erigere il Monte di Pietà33, seguì Giovanni Emblaviti il quale dovette in primo luogo trovare rimedio alla cattedrale quasi completamente distrutta dal terremoto del 1689 ed a rifare il palazzo vescovile rimasto in abbandono ed inabitato per quasi quaranta anni. Egli fece aprire una nuova via piana, in modo da avvicinare la città alla cattedrale, facendo scavare il sassoso monte che le separava. Poiché la cattedrale era circondata da solide rupi, le fece togliere in parte per erigervi una sacrestia più ampia. La spesa era grande e le sue entrate non bastavano, perciò vi impegnò parte del denaro concesso da papa Innocenzo XI (1676 -1689) alla città e che doveva servire a riparare i danni del terremoto34. Fu perciò accusato da molti di non avere distribuito il denaro ai terremotati ma di averselo trattenuto ed usato a suo pro35.
Poiché la città pativa per la vicinanza di stagni, la risanò facendo svuotare un lago profondo 16 palmi e più di cento lungo.
Alla fine del Seicento la cattedrale era stata restaurata . Costruita presso l’antica rocca, aveva sette altari : altare maggiore dedicato a San Michele Arcangelo, S. Giuseppe e l’antica icona di S. Maria delle Grazie detta delli Greci, altare SS. Sacramento privilegiato, S. Antonio da Paola di iuspatronato della famiglia Gargano, SS. Sangue di Cristo di iuspatronato della famiglia Ballatore, il Gloriosissimo Crocifisso di iuspatronato vescovile nel quale c’era l’onere di una messa settimanale fondato dal vescovo Napoli. C’era poi l’altare dei Santi martiri Vito e Modesto e quindi l’altare di iuspatronato della famiglia Raimondo che conservava diverse reliquie di martiri36.
Il vescovo Emblaviti afferma di continuo nelle sue ultime relazioni di aver portato a compimento il palazzo vescovile e la cattedrale, dal pavimento al tetto, rendendo il primo abitabile e la seconda completa, con nuove cappelle e fornita di sacre suppellettili37. Egli inoltre aveva costruito una conveniente sacrestia, rifatto il grande campanile che stava cadendo, munendolo di campane, aveva avvicinato la chiesa alla città, rompendo il monte ed aprendo una via piana e breve, in modo che i cittadini facilmente potessero frequentare la chiesa38.
Dopo quasi 35 anni di vescovato gli succedette Michele Gentile (1722- 1729 ?), il quale descrive una situazione che non lascia dubbi sull’operato del vescovo Emblaviti.
La cattedrale che ci descrive è sia formalmente che materialmente “quassata”, senza trono, senza coro, senza sacre suppellettili, con i confessionali a pezzi e mancante di qualsiasi oggetto necessario al culto. Il palazzo vescovile è “diruto“ ed inabitabile. Il predecessore non vi ha speso un soldo ed per tanti anni indecorosamente ha abitato in una piccola parte. La cattedrale è “diruta” ed in abbandono, è mancante di suppellettili e con il campanile pericolante39.
Il vescovo tentò subito di ottenere il permesso per trasferirsi altrove “al fine di potersi curare” e “perché i Calabresi devono essere governati da Calabresi”40. Poi entrò in conflitto con il barone del luogo, Alfonso Poerio, che scomunicò41, con il capitolo della cattedrale e con i regolari. La situazione precipitò tanto che la chiesa di Belcastro fu oggetto di una lunga visita da parte dell’inviato papale Giuseppe Perrimezzi, vescovo di Oppido42, che tentò di conciliare gli animi ed indagò sulla reale entità delle rendite della mensa vescovile43. Specialmente la sacrestia aveva bisogno di grandi restauri. Il Gentile con lo spoglio del suo predecessore, completò il restauro del campanile che minacciava rovina, riparò i muri di tutta la chiesa, costruì un nuovo coro, l’altare maggiore e la sede pontificale. Fornì inoltre un nuovo bacolo d’argento con due calici e patene ugualmente d’argento, preziose dalmatiche e suppellettili, messali e libri. Rimanevano ancora circa 440 ducati e questa somma fu impiegata nella riparazione della chiesa. Intervenne infatti il visitatore apostolico, il quale curò stipulare un contratto con mastri muratori ed altri artefici, i quali si obbligarono al restauro integrale dell’edificio per la somma di 550 ducati44. Il vescovo se ne morì “non senza sospetto di veleno”, lasciando appena 460 ducati45. I lavori dopo poco si fermarono, anche se il capitolo della cattedrale curò prima dell’arrivo del nuovo vescovo, Giovan Battista Capuano (1729 - 1748 ?), di procedere nella costruzione utilizzando i soldi dello spoglio. Il nuovo presule “poco o nulla oprò”. Se ne stette quasi sempre lontano dalla diocesi, entrò in contrasto con i laici, tanto che fu minacciato con la pistola e fu accusato di molti abusi46. Lasciò la diocesi in mano ai suoi ministri, ed ufficiali che “commisero molti delitti ed eccessi” , tanto che il papa Benedetto XIV, accogliendo le proteste dei diocesani, dovette inviare il visitatore apostolico47 . Finiti i soldi dello spoglio. La cattedrale ed il palazzo vescovile, avendo questi bisogno di restauro fin dalle fondamenta, rimasero imperfetti, occorrendo altri sussidi, perché le rendite della chiesa di Belcastro sono tenui48.
Scossa e lesionata dal terremoto del dicembre 1744 che aveva danneggiato i luoghi sacri “ita ut in pluribus locis ecclesiae aedificia appellari possunt maceriae”. Il vescovo pochi mesi dopo affermava di aver tutto restaurato e che la cattedrale era decentemente ornata e provvista di ogni cosa e così tutte le chiese della città e della diocesi, soggette alla sua giurisdizione49 .
Dopo il breve vescovato di Giacomo Guacci (1748 - 1754), salì sul trono vescovile di Belcastro Tommaso Fabiani (1755 - 1778).
A metà Settecento la diocesi si estendeva per 50 mila passi in latitudine ed in longitudine, comprendeva oltre alla città di Belcastro, in continuo degrado, i tre villaggi di Castrum de Aragonia, detto anche Andali, abitato da 550 Albanesi, S. Angelo in Cuturella con 206 e La Cerva con 340 abitanti. Il vescovo dovette subito risanare la sede vescovile che minacciava rovina, sia per il soffitto ligneo, che era marcio, sia per le pareti che rovinavano. A sue spese, poiché dallo spoglio del suo predecessore niente ricavò, cominciò a ricostruire il coro dalle fondamenta più ampiamente, più degno, e più alto, comprendente tre ordine di sedili.
Nel 1761 esso era completato e gli stalli erano già stati ornati. Eresse inoltre tre nuove edicole dedicate all’Immacolata, a S. Tommaso D’Aquino ed a San Francesco D’Assisi. Così è descritta la cattedrale nella sua relazione del 1758. La cattedrale ha la porta maggiore rivolta ad occidente, mentre la minore è sul lato settentrionale. Un breve spazio la separa dal palazzo vescovile. Il vescovo la congiunse all’episcopio ed al seminario. Essa è divisa in tre navi, la maggiore centrale e due laterali, tutte ben costruite, ornate e coperte con soffitti lignei a cassettoni.
La navata maggiore è illuminata da finestre che sono situate, tre per ogni lato, il resto è rischiarato da un’altra finestra di maggiore ampiezza, che si apre sulla parete del coro.
Le navate laterali ricevono inoltre luce anche da due altre finestre. L’altare maggiore dedicato a San Michele Arcangelo è situato davanti al coro, il quale è sotto un’arcata troppo opprimente. Perciò affinché i canonici non patissero disagi e la casa di Dio rispecchiasse la sua potenza, mi sembrò opportuno allargare il coro ed innalzare la volta. Così ogni parte dell’edificio avrebbe assunto una forma più conveniente e razionale. Tale opera con passo celere sta ora per essere conclusa. Nel corno dell’Evangelo davanti al detto altare maggiore, si eleva il trono vescovile, al quale si accede per tre gradini di legno. Esso è dotato di ombrella di seta ed il sedile è coperto con un panno di seta dai colori banco e rosso.
Più in basso è situato uno scanno per gli eletti del governo cittadino di Belcastro e ci sono pure altri scanni necessari per ascoltare la predica.
Presso la porta maggiore da una parte c’è la fonte battesimale, costruita in pietra verde. Essa è rinchiusa in una cappelletta di modesto graticcio ligneo.
Nella parte superiore della navata laterale destra è situata la cappella dello SS.mo Sacramento, di aspetto elegante e decorata con un tabernacolo ligneo dorato. Vi ardono sempre due lumi e nei giorni più solenni si accende il fuoco in un altro lume d’argento, che io assieme ad una sfera feci ripristinare da un bravo artigiano napoletano, spendendoci 150 ducati.
I ricchi censi di questa cappella sono amministrati da un idoneo procuratore ecclesiastico. Dapprima nella parete laterale troviamo l’altare dedicato a Sant’Antonio da Padova, al quale è annesso il beneficio di iuspatronato della famiglia dei Gargano ; il frutto di questo beneficio assomma a 90 ducati annui con l’onere di 200 messe.
Più sotto nella stessa navata si trova l’altare dello SS.mo Sangue di Cristo di iuspatronato della famiglia dei Bellatori, al quale è congiunto e fondato un beneficio di 30 ducati di rendita.
Quarto ed ultimo altare di questa navata è quello dedicato all’Immacolata, la cui sacra icone è venerata e curata dal popolo. Questo altare fu trasferito dalla chiesa di San Francesco, che fu soppressa al tempo della sua visita da Nicola Abbate, vescovo di Squillace. In seguito vi fu fondato sotto tale titolo il beneficio laicale della famiglia dei Sillano, che gode di un piccolo censo.
Nella parte superiore della navata sinistra, che è di forma non dissimile, c’è la cappella dello SS.mo Crocifisso, che si sostiene con le elemosine. Subito dopo segue nella parete laterale, l’altare di San Tommaso d’Aquino, nostro protettore, col beneficio di iuspatronato della famiglia dei De Laudari. Tale beneficio gode 24 ducati di rendita. Nello stesso altare c’è la statua del santo “Dottore” che è tenuta in grande devozione e pietà non solo dai suoi concittadini Belcastresi, ma anche dalle innumerevoli genti che da luoghi vicini e lontani, qui vengono in pellegrinaggio nel giorno della sua festa per assolvere i voti.
In tale giorno e quando le calamità colpiscono questo popolo c’è l’usanza di portarla solennemente in processione per la città.
Infine c’è l’altare consacrato a San Francesco d’Assisi, altare che fu traslato qui dalla sua chiesa sempre dal vescovo di Squillace.
Resta da dire solo di un altro luogo che c’è in questa navata. In esso per devozione di Sant’Anna, patrona della mia famiglia, istituii e dedicai alla Madre della Vergine un altro altare e vi curai far costruire un santo simulacro, perché sia tenuto in maggiore devozione.
All’ingresso della chiesa cattedrale, sopra la porta maggiore, si trovano gli organi pneumatici, i quali secondo l’antichissimo rito, nei giorni prescritti dal nuovissimo cerimoniale di Benedetto XIV, pulsano per opera di un valente organista.
Da una delle navate laterali si accede alla sacrestia, che ha una elegante volta, due finestre con vetri ed armadi le ornano le pareti.
Vi erano appena le suppellettili necessari di seta e di quei colori, che le rubriche prescrivono. Vi trovai solo due paramenti pontificali preziosi, confezionati in seta dorata, che curarono far fare due miei predecessori.. Prima di giungere a questa chiesa, comprai con mio denaro tutte le suppellettili pontificali di tutti i colori e tutti i libri pontificali ; cioè paramenti solenni tessuti con seta dorata e feriali, confezionati con seta d’argento e violacea. Comprai inoltre una pianeta, una mitra ecc.
All’esterno della chiesa si innalza il campanile, nel quale ci sono tre campane : la maggiore, la mediana e la minima. Esse producono un ottimo concerto50.
Nel 1761 esso era completato e gli stalli erano già stati ornati. Eresse inoltre tre nuove edicole dedicate all’Immacolata, a S. Tommaso D’Aquino ed a San Francesco D’Assisi51.
Rifece poi il capellone dell’altare maggiore, l’organo e l’orchestra52. Nonostante i buoni propositi, giorno dopo giorno, come tutti gli edifici della città, la situazione va peggiorando, come se una pestilenza col tempo tutto pervada e corroda53. Il vescovo interviene di nuovo e rifà la cappella dello SS. Corpo di Cristo che era completamente deturpata.La restaura e la riduce in forma più elegante, costruendovi una nuova volta in gesso. Vi erige in essa un nuovo altare con tabernacolo ed ostensorio e la decora magnificamente con marmi, arricchendola di croce, fiori, candelabri ed altri ornamenti, spendendovi oltre 800 ducati54. Alla sua morte la sede vescovile rimase vacante per 14 anni55. Essa fu amministrata da Giuseppe Fragale di Andali, un semplice canonico che era stato elevato dal Fabiani ad arcidiacono56.
Alla fine del Settecento la diocesi di Belcastro si arricchisce del nuovo villaggio agricolo di Botricello. Il vescovo Vincenzo Greco di Crotone (1792 - 1807) descrive la cattedrale come un edificio abbastanza elegante e sufficientemente ampio e adatto per la popolazione. Egli nel 1794 fa rifondere due delle tre campane e restaura il campanile. Fornisce inoltre la chiesa di molte sacre suppellettili57. Dopo la sua improvvisa morte, avvenuta in Crotone, si avvicendarono nell’amministrazione della diocesi Luigi Maiorana, Luigi Gimigliano, Giovan Francesco d’Alessandro e da ultimo il vicario apostolico Carmine de Grazia, il quale resse l’ufficio fino al 1818, quando la diocesi passò sotto l’amministrazione dell’arcivescovo di Santa Severina58. Infatti dopo il Concordato del 16 febbraio 1818 tra Pio VII e Ferdinando IV, una bolla pontificia del 27 giugno di quello stesso anno stabiliva la nuova organizzazione ecclesiastica della Calabria. Il titolo vescovile della chiesa di Belcastro fu soppresso e la città e la diocesi furono aggiunte ed aggregate alla chiesa arcivescovile di Santa Severina. Soppresso il titolo di cattedrale, la chiesa di San Michele Arcangelo fu ridotta ad insigne collegiata.

Note
1. Russo F., Storia della chiesa cit., I, pp.200 sgg.
2. Siberene, p.16.
3. La città avrebbe mutato nome al tempo di re Roberto d’Angiò, quando nel 1330 fu infeudata come contea ai d’Aquino, Russo F., Regesto, I, pp.87 sgg. ; Rel Lim. Bellicastren., 1699, 1703.
4. Della presenza degli Ebrei ancora nel Settecento rimanevano rilevanti tracce del loro insediamento nella città, Rel. Lim. Bellicastren., 1703.
5. Russo F., Regesto, I, 173, sgg.
6. Tracce di questa organizzazione la ritroviamo ancora nel Settecento. Allora l’arcidiacono aveva unita la cura della chiesa di Santa Maria delle Grazie, il cantorato quella di S. Maria Maddalena, l’arciprete quella di S. Nicola, il canonico degli SS. Jacobo e Lucia la chiesa dedicata ai santi, i canonici della SS. Annunciazione, di S. Maria de Sanitate e di S. Paolo avevano solo il titolo senza più le chiese e così il canonico di S. Pietro che aveva la cappella dentro la chiesa di S. Maria della Pietà, Rel . Lim. Bellicastren. 1707, 1758.
7. L’arciprete era stato istituito nel 1578 e poi confermato nel 1597, Rel. Lim. Bellicastren., 1634.
8. Rel. Lim. Bellicastren., 1597.
9. Fiore G., Della Calabria Illustrata, II, 334.
10. Fiore G., Della Calabria Illustrata, II, 334.
11. Epigrafe : “S. D. GREGORII XIII/ PRIVILEGIO QUOT/ MISSAE DEFUNCTOR./ IN HOC ALTARE OFFE=/ RUNTUR TOTANIMAE PUR=/ GATORII PENIS LIBERAN/ TUR IO. AN. D.P. EPUS/ BELLICASTREN. 1583”
12. Rel. Lim. Bellicastren., 1592.
13. Rel. Lim. Bellicastren., 1597.
14. Russo F., Regesto, IV, (18618)
15. Rel. Lim. Bellicastren., 1603 ; Dai 593 fuochi del 1545 nel 1561 era scesa a 221 e nel 1595 veniva tassata per 246.
16. Rel. Lim. Bellicastren., 1612.
17. Rel. Lim. Bellicastren., 1620.
18. Rel. Lim. Bellicastren., 1603.
19. Il vescovo trovò alcune terre della chiesa occupate ed lo “jus vendendi spicas” usurpato, Rel. Lim. Bellicastren., 1620.
20. Rel. Lim. Bellicastren., 1620.
21. Rel. Lim. Bellicastren. 1625.
22. Epigrafe: “ QUAM./ NICOLAUS. ANTONIUS./ SCARRILLO./ NOBILIUM. SINDICUS. HIC./ ANNO (I) (I CXXXII./ MAGISTRATUS. SEDEM. LOCAVIT./ VETUSTATE. COLLAPSAM./ D. NICOLAUS GIMIGLIANO CIVITATEM GERENS./ PERILLUSTREM./ SPLENDIDIOREM. HANC. IN. FORMAM./ CURUS. PLAUDENTIBUS. INSTAURAVIT./ NONIS. MARTII (I)(ICCLXXIX”
23. Russo F., Regesto, VI, 315.
24. Il vescovo Bartolomeo Gizio chiede al papa di potersi assentare dal 15 luglio al primo ottobre e dal 15 dicembre al 15 febbraio di ogni anno, Rel. Lim. Bellicastren., 1634.
25. La città era abitata da circa 900 abitanti dei quali 28 preti, 3 suddiaconi e 43 chierici, Rel. Lim. Bellicastren., 1634.
26. Il vescovo Giptio mosse lite ad alcuni cittadini di Catanzaro e di Belcastro i quali fin dal 1633 pagavano le decime non al vescovo ma ai parroci dei luoghi in cui i beni si trovavano, Rel. Lim. Bellicastren., 1637.
27. Il vescovo Giptio poiché alcuni cittadini, protetti dal feudatario di Magliacane, Cesare Maricola di Catanzaro, non volevano pagare le decime , li scomunica, Rel. Lim. Bellicastren., 1637.
28. Rel. Lim. Bellicastren., 1641.
29. Rel. Lim. Bellicastren. 1645.
30. Russo F., Regesto, VII, 316.
31. Rel. Lim. Bellicastren., 1665.
32. Rel. Lim. Bellicastren., 1673.
33. Russo F., Regesto, IX, (45182), (45483).
34. Rel. Lim. Bellicastren., 1692.
35. La comunità di Belcastro aveva avuto dal papa per riparare le rovine duc.600 che dovevano essere applicate con il consenso del vescovo e dei sindaci ed il parere dei cappuccini di Cropani. La somma consegnata dal nunzio al vescovo dopo quattro anni non era stata ancora spesa, Nunz. Nap. 112, f.297.
36. Rel. Lim. Bellicastren., 1699.
37. Rel. Lim. Bellicastren., 1703.
38. Rel. Lim. Bellicastren., 1707, 1718.
39. Rel. Lim. Bellicastren., 1726.
40. Russo F., Regesto, X, 286,350.
41. Russo F., Regesto, X, 328.
42. Russo F., Regesto, X, 364.
43. Russo F., Regesto, 368, 369.
44. Rel. Lim. Bellicastren., 1727.
45. Capialbi V., La continuazione dell’Italia Sacra dell’Ughelli per i vescovadi di Calabria, Arch. Stor. Della Calabria, II, 1914, p.196.
46. Il vescovo fu minacciato con la pistola da due laici, ed è accusato di starsene a Napoli e di abusi sulle ordinazioni, Russo F., Regesto, XI, 36, 238, 339, 355.
47. Capialbi V., cit., p.197.
48. Russo F., Regesto, X, 404.
49. Rel. Lim. Bellicastren. 1745.
50. Rel. Lim. Bellicastren., 1758.
51. Rel. Lim. Bellicastren., 1761.
52. Capialbi V., cit., p.198.
53. Rel. Lim. Bellicastren., 1771.
54. Rel. Lim. Bellicastren, 1775.
55. Capialbi V., cit., p. 198.
56. Rel. Lim. Bellicastren., 1768.
57. Rel. Lim. Bellicastren., 1795.
58. Capialbi V., cit., p.199.
 

 

Il convento domenicano di Belcastro

di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 19/2003)

Il primo convento domenicano in diocesi di Belcastro fu edificato sotto il titolo di Santa Maria della Grazia. Esso era situato a circa due miglia di distanza dalle mura della città in località “Forestella”. Secondo il Fiore alla sua costruzione contribuirono i cittadini del luogo Gio. Alfonso e Stefano Pugliesi. L’anno in cui avvenne è indicato dallo stesso Fiore nel 1393. Non concorda sulla data di fondazione una relazione della metà del Seicento stesa dai domenicani di Belcastro, i quali rifacendosi a presunti documenti esistenti nel convento, ma alla prova di dubbia autenticità, pongono la fondazione del convento al 1451.

Il nuovo convento
Se è controversa la data di fondazione del primo convento domenicano di Belcastro, è invece sicuro che in seguito i domenicani lasciarono il vecchio convento troppo lontano dalla città e si trasferirono in uno nuovo vicino alle mura. Ciò avvenne secondo il Fiore nel 1480. Secondo la relazione seicentesca la data di presa di possesso, questa volta ben documentata, del nuovo convento è fissata al 1491. L’abbandono evidentemente avvenne a causa del pericolo turco ed il nuovo convento venne intitolato a San Domenico1. Così è descritto in una relazione il trasferimento nel nuovo convento: " L'anno 1491 fu trasferito d(ett)o con(ven)to per la distansa et commodità delli cittadini; et fu impetrato breve Apostolico di Papa Innocentio ottavo come appare sotto la d(at)a delli 22 di luglio del anno 1491 sigillato col sugello di piombo, et cordella di canape; facendo espressa mentione della bolla di Bonifatio ottavo, che non ostante detta bolla si possa trasferire il d(ett)o monasterio, et ridursi vicino la città in distansa di tre canne sotto il titulo di Santo Dom(eni)co, con il consenso della citta, et mediante instrumento li fu concesso questo luoco"2.
Alla fine del Cinquecento in diocesi di Belcastro troviamo tre piccoli conventi: "uno di S. Domenico, l'altro di S. fran(ces)co delle scarpe l'altro di terziari di S. fran(ces)co3. Secondo le relazioni dei vescovi di Belcastro di quel periodo tutti e tre sono abitati da pochi frati: quello domenicano da tre o quattro sacerdoti, quello dei conventuali da due e quello del terzo ordine di S. Francesco da uno o due sacerdoti4.

Alla metà del Seicento
Al tempo del vescovo Francesco Napoli (1639 – 1651) tra i tre conventi esistenti in diocesi di Belcastro, quello domenicano è il più importante, sia per rendite che per il numero di frati che ospita. Esso infatti, secondo il vescovo, può contare su una rendita annua di oltre cinquecento ducati, mentre quello dei conventuali ne ha circa duecento e quello della SS. Trinità dei terziari francescani solo settanta; il primo ospita, o può mantenere, dodici frati mentre negli altri ce ne sono solo due o tre. Inoltre il convento domenicano svolgeva una meritoria attività culturale a favore dei frati e dei cittadini in quanto "in eo est erectum studium philosophiae in fratruum et secularium commoditatem"5.
Per tale motivo a Belcastro solo i domenicani riusciranno a passare indenni dalla soppressione dei piccoli conventi, prevista dalla Costituzione Innocenziana, come evidenzia il vescovo Carlo Sgombrino: " Non ci sono in detta città monasteri femminili ma uno solo maschile dell'ordine dei predicatori perché gli altri due, cioè quello di San Francesco dell'ordine dei conventuali e quello della SS.ma Trinità del terzo ordine di San Francesco, furono soppressi in vigore della Bolla di Innocenzo X"6.
Nel 1650 la "famiglia" domenicana di Belcastro infatti risultò composta da sei componenti, il numero appena sufficiente per sfuggire alla soppressione. Nel convento vi erano tre sacerdoti (il priore fra Domenico Zito, il sacerdote fra Gio. Battista di Soriano ed il lettore fra Giacinto di Zagarise), due fratelli laici professi ( fra Domenico di Soriano e fra Pietro di Mesoraca) ed un serviente laico.
Si sa che alla metà del Seicento i frati ripararono il monastero. Per far ciò essi dovettero anche indebitarsi per ducati sessanta per riparare "l'intempiata". Allora la costruzione era composta dalla chiesa dedicata a San Domenico, che era lunga palmi settanta e alta quaranta, e da due dormitori con quattordici stanze; inoltre vi erano delle "officine" situate nei bassi. Il convento era chiuso da mura vicino alle quali vi era l’orto con alberi fruttiferi. I frati possedevano numerosi terreni di varia natura e di diverso uso, che davano in fitto. Tra i più redditizi erano quelli adatti alla semina, che di solito erano affittati tre anni a semina e tre a pascolo. Essi erano situati in località “Crina”, “L’acqua della Fico”, “Il Cavalcatore”, “Furca”, “La Cona”, “Drialo” e “Juani Marra”. Vi erano poi quelli adatti solo al pascolo, che erano in località detta “La Cubica o Chiubica”. A ricordo di dove anticamente sorgeva il primo convento, i domenicani conservavano una vigna ed un territorio boschivo in località La Forestella. Vi era poi la “possessione” con alberi fruttiferi detta “La Torre di San Domenico” e la vigna con alberi da frutto di “Campia”. A questi terreni era da aggiungere un castagneto ed un oliveto. In passato numerosi piccoli fondi erano stati concessi in enfiteusi a coloni del luogo, previo il pagamento di un censo perpetuo annuo. Dai censuari al convento proveniva ogni anno 40 tomoli di grano e 168 ducati. Altri 45 ducati versava l’università di Belcastro alla quale i frati avevano ceduto la mastrodattia. Completavano le entrate i proventi del mulino e le elemosine al tempo della raccolta in grano, denaro, olio ecc. e quelle per funerali, cera ed altro. I domenicani di Belcastro stimavano l’entrata annua calcolata sugli ultimi sei anni in circa 357 scudi romani, mentre l’uscita in 337 scudi. Anche se le entrate erano sottostimate, in quanto da altre fonti si sa che erano di solito abbondantemente superiori ai cinquecento ducati annui, e all’opposto le uscite erano state gonfiate, il convento risultò attivo. Quasi la metà delle entrate proveniva da censi, segno che col passare del tempo tanti terreni non erano più amministrati dal convento, ma erano definitivamente passati ai privati. Per amministrare il rimanente che veniva affittato, bastava di solito la presenza di due o tre frati. Tra le uscite primeggiavano le spese per il vitto e per il vestiario dei sei religiosi, che da sole rappresentavano i tre quarti del totale, seguivano quelle per il mantenimento del somaro, per il serviente, per il consueto ed ordinario mantenimento della chiesa e del convento, per le medicine, per il pagamento di alcuni censi passivi, per le contribuzioni all’ordine ecc7.

Liti con i vescovi
Tuttavia nonostante questa discreta floridezza e forse per tale motivo, alla fine del Seicento il vescovo Giovanni Emblaviti (1688 – 1722) ne chiese la soppressione, adducendo che era piccolo e che i monaci non osservavano le regole. Esso inoltre secondo il vescovo non era consono alle prescrizioni previste dalla bolla papale, in quanto aveva poche rendite e di solito non vi abitavano i sei frati previsti, ma solo due monaci sacerdoti e tre conversi, ossia oblati. Facendosi forza su queste accuse, il vescovo sollecitava un intervento papale in modo da estinguere il convento domenicano, per poterne incamerare ed amministrarne le rendite, con il pretesto di assegnarle per il seminario8. La lite tra il vescovo Emblaviti ed i domenicani si prolungò. Il presule proseguì nel suo tentativo, denigrando di continuo il convento ed i frati che vi abitavano; descrivendo il luogo privo di una regolare osservanza e la vita dei frati non rispondente ai principi religiosi, pietra di scandalo per i cittadini e continua occasione di offesa per il vescovo. L'Emblaviti si premurò di informare di ciò anche il provinciale dell'ordine, invitandolo ad intervenire per riportare i domenicani di Belcastro sulla retta via9.
La conflittualità tra il vescovo ed i domenicani si prolungò durante tutto il lungo periodo in cui l'Emblaviti rimase sulla cattedra vescovile di Belcastro, trovando più volte occasione di accendersi pubblicamente. All'inizio del Settecento il vescovo interveniva contro i frati, perché si erano permessi di erigere senza il suo consenso una confraternita laica sotto il Nome di Gesù, che si era aggiunta a quella già esistente del Rosario. Le due confraternite ben presto vennero a lite dentro la chiesa, suscitando tra i cittadini occasione di grande scandalo. Prendendo spunto da tale avvenimento l'Emblaviti minacciò i frati a non istituire nuove confraternite senza il suo consenso e proibì ai laici di parteciparvi. Poiché i domenicani opposero il fatto di godere per licenza papale di tale diritto, il vescovo richiese un parere alla Sacra Congregazione. La conflittualità tra il vescovo ed i domenicani si prolungò durante tutto il lungo periodo in cui l'Emblaviti rimase sulla cattedra vescovile di Belcastro10.
Anche se i frati si opposero tenacemente, l'Emblaviti proseguì nel tentativo di porre il convento sotto la sua giurisdizione e più volte nonostante le proteste lo sottopose a visita11. A causa della cattiva amministrazione proseguiva la perdita dei beni del convento. E’ di questi anni un intervento del papa Clemente XI il quale il primo maggio 1719 si rivolgeva ai vescovi di Belcastro, Isola e Catanzaro o ai loro vicari generali affinché intervenissero a favore del priore e del convento domenicano per recuperare e far restituire i beni sottratti12. Se da una parte i frati tentavano di recuperare i beni sottratti illecitamente dall’altro dovevano fronteggiare i tentativi vescovili.
Il successore dell'Emblaviti, Michelangelo Gentile (1722 - 1729), rivolgendosi alla Sacra Congregazione, affermava che "....poiché manca il numero di sei religiosi come previsto dal decreto "Ut in parvis" di Innocenzo X, non vi è dubbio che essi debbano soggiacere alla correzione e alla visita del vescovo, come in effetti il mio predecessore ha fatto. Anch'io in conformità dello stesso decreto curerò visitarlo, in quanto al presente manca una regolare osservanza ed ha bisogno di essere riformato dal profondo. Comunque chiedo un Vostro responso"13. Stretti dalla soggezione vescovile, i domenicani cercarono di opporsi aumentando i componenti della "familia" ma il vescovo ribadì che non vi vigeva una regolare osservanza e che anche se vi era un numero sufficiente, cioè quattro sacerdoti e due laici, essi non risultavano conformi al decreto "Ut in parvis", non essendo di provata vita religiosa e di età matura. Perciò il convento rimaneva soggetto alla sua giurisdizione14.

Verso la soppressione
L'ostilità vescovile riprese al tempo del vescovo Tommaso Fabiani (1755- 1778): "Nella città di Belcastro c'è il solo convento dell'ordine dei predicatori, che dapprima fu fondato nel luogo detto S. Maria de Forestella, a circa un miglio di distanza dalla città. Dopo fu trasferito entro le mura della città, dove attualmente si trova. Esso ha una rendita annua eccedente i 400 ducati, ma nonostante ciò a causa della cattiva amministrazione i religiosi vivono parcamente. Vi abitano due o al massimo tre frati e due laici, o conversi, che d'estate a causa dell'aria perniciosa, si trasferiscono altrove, lasciando solo un laico a custodire il convento. Secondo la Costituzione di Innocenzo X è soggetto alla giurisdizione vescovile, anche se i miei predecessori hanno trascurato di visitarlo"15.
Al tempo della soppressione dopo il terremoto del 1783 nel convento vi erano solo tre monaci16.
La soppressione definitiva avverrà durante il Decennio francese17.

Note
1. Fiore G., Della Calabria cit., II, 391.
2. Relatione del Con.to di San Dom.co di Belcastro, S. C. Stat. Regul., Relations, 25, ff. 751 -755, Arch. Segr. Vat..
3. Rel. Lim. Bellicastren. 1592.
4. Rel. Lim. Bellicastren., 1603.
5. Rel. Lim. Bellicastren., 1645.
6. Rel. Lim. Bellicastren., 1665.
7. Relazione del Con.to cit.
8. Rel. Lim. Bellicasren., 1692.
9. Rel. Lim. Bellicastren., 1699.
10. Rel. Lim. Bellicastren., 1703
11. Rel. Lim. Bellicastren. 1718
12. Russo F., Regesto, 53774.
13. Rel. Lim. Bellicastren., 1727.
14. Rel. Lim. Bellicastren., 1735.
15. Rel. Lim. Bellicastren., 1758.
16. Vivenzio G., Istoria e teoria de’ tremuoti, Napoli 1783, (14).
17. Caldora U., Calabria napoleonica (1806 -1815) cit., p. 221.

***

Le entrate del convento di San Domenico di Belcastro come risultano in una relazione fatta il 7 marzo 1650 e sottoscritta dal priore Domenico Zito e dai frati Gio. Battista Soriano e fra Giacinto di Zagarise.

Il Monasterio di San.to Dom.co del Ordine di pred.ri situato nella citt.a di Belcastro primieramente fu edificato fuori della città sotto il titulo di Santa Maria della gratia distante della città due miglia l'anno del sig.re mille quattro cento cinquantuno con il consenso di Papa Alessandro sesto come per breve, con il sugello di piombo con cordella di canape fu questo assenso inpetrato dalla Università et populo et dimororno li frati in questo monasterio in sino l'anno mille quattro cento novant'uno.
L'anno 1491 fu trasferito d.o con.to per la distansa et commodità delli cittadini; et fu impetrato breve Apostolico di Papa Innocentio ottavo come appare sotto la d.a delli 22 di luglio del anno 1491 sigillato col sugello di piombo, et cordella di canape; facendo espressa mentione della bolla di Bonifatio ottavo, che non ostante detta bolla si possa trasferire il d.o monasterio, et ridursi vicino la città in distansa di tre canne sotto il titulo di San.to Dom.co, con il consenso della citt.a, et mediante instrumento li fu concesso questo luoco.
Ha la chiesa sotto titulo et invocatione di Santo Dom.co.
E di struttura d.a chiesa da palmi settanta di lunghezza et da quaranta di altezza tiene dui dormitori con quattordici stanze, et officine nelli bassi.
Al presente dimorano di famiglia sei cioè tre sacerdoti: Il P. fra Dom.co Zito Priore, il P. fra Gio. batt.a di Soriano sacerdote, Il P. fra Giacinto di Zagaresi lett.re, dui fratelli laici professi cioè fra Dom.co di Soriano, et fra Pietro di Mesoraca, et un altro serviente laico seu famulo.
Possiede il d.o monasterio terreni lavorativi in più e diversi luochi del territorio li quali si chiamano in questo modo:
Nel territorio di Crima due pezzi di terreni di tumula vinti per ciaschedun pezzo li quali fatti il computo da sei anni in qua rendono per ciaschedun anno scuti di camera dudici
Item un altro pezzo di territorio loco detto l'acqua della fico di tumulate vinti quale fatto il computo da sei anni in qua si trova che ogni anno rende scuti di camera sei.
Item un altro pezzo di tumulate vinti loco detto il cavalcatore se ne riceve ogni anno scuti di camera 6.
Item un altro pezzo di terreno di vinti tumulate loco detto furca fatto il calculo di sei anni ut supra se ne riceve ogni anno scuti di camera 6
Item tre altri pezzi di terreni uno loco ditto la cona l'altro Drialo et altro juani marra da tumuli otto l'una li quali ogni anno ne riceve da tutti tre scuti di camera 6
Quali terreni si vendono in erbaggi. Item dui altri pezzi di terreni loco detto La Cubica seu Chiubica da vinti cinque tumulate delle quali il con.to ne sole ricevere un anno per altro da sei anni in qua scuti dui di camera. 2.
Item possiede tumula quaranta di grano ogni anno da diversi censuarii in perpetuum quali s'apprezzano un anno per l'altro scuti di camera vinti sei et pauli diece.
Item possiede una vigna loco detto La forestella la quale rende in vino al con.to scuti duoi di camera. 2.
Item nella detta Forestella possiede un territorio di boscho si affitta per erbaggio l'un anno per l'altro scuti sei. 6
Item possiede una possessione loco detto la torre di San.to con celsi et altri arbori fruttiferi, et non fruttiferin rende al con.to l'un altro per l'altro scuti cinque 5.
Item possiede una altra vigna con alberi fruttiferi, loco detto Campia la quale rende al con.to scuti tre. 3.
Item tiene un orto vicino le mura del con.to con celsi, et altri arbori fruttiferi il monastero ne riceve ogni anno per affitto scuti sette. 7
Item possiede un molino da grano dal quale si recevono tumula di grano quaranta otto delle quali levatene le spese delle pietre, et altri acconci restano al con.to scuti di camera vintitre (23).
Item possiede un castagnito dal quale sene riceve ogni anno in affitto scuti duoi . 2,
Item possiede un oliveto che l'un anno per l'altro si affitt.a un scudo.
Item possiede diversi censi da vari et diversi censuarii in più e diverse partite scuti di regno 168 redutti in scuti di camera ogni anno ne riceve scuti cento et dudici (112).
Item possiede dall'università della d.a citt.a di Belcastro ogni anno per un cambio della mastrodattia scuti di regno quarantacinque che redutti a scuti di camera sono scuti trenta (30).
Item suol cavare da elemosine incerte ma consuete di diversi benefattori oglio, pane, grano, denari che riducendo il tutto a moneta romana raguagliando l'anni come sopra ascende a scuti 6.
Item suol cavare di funerali et per la cera et elemosine da scuti tre di camera (3)

16 ottobre 2010

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